Nel 1991 Marcelo Costa de Andrade adescò e uccise bambini nell’area di Rio de Janeiro. Confessò una lunga serie di delitti e fu dichiarato non imputabile per infermità mentale.
Nel 1991, nell’area metropolitana di Rio de Janeiro, una serie di omicidi di bambini portò alla scoperta di Marcelo Costa de Andrade, passato alla cronaca come il “Vampiro di Niterói”. Sul numero esatto delle vittime le fonti brasiliane non sono perfettamente uniformi: diverse ricostruzioni gli attribuiscono 14 omicidi, mentre Folha de S.Paulo parla più prudentemente di almeno 13 ragazzi uccisi. Almeno otto corpi furono collegati dalla polizia alla serie.

Marcelo Costa de Andrade: bambini adescati con denaro e cibo
I delitti si concentrarono tra aprile e dicembre 1991. Le vittime erano prevalentemente bambini e ragazzi in condizioni di vulnerabilità, generalmente tra i 5-6 e i 13 anni.
Andrade li avvicinava offrendo denaro, cibo o dolci e li convinceva a seguirlo verso luoghi isolati, dove li sottoponeva a violenza sessuale e li uccideva, soprattutto tramite strangolamento o percosse.
L’indagine decisiva partì dal ritrovamento di un bambino di sei anni in un canale di scolo. Inizialmente si ipotizzò un annegamento, ma l’autopsia indicò asfissia e violenza sessuale. Un altro bambino che era stato avvicinato da Andrade riuscì a sopravvivere e fornì informazioni utili alla sua identificazione.
Dopo essere stato individuato dalla polizia, Andrade confessò numerosi altri omicidi e fornì particolari che permisero agli investigatori di collegarlo ad alcuni casi precedentemente separati.
Perché venne chiamato “Vampiro” e cosa decise la giustizia
Il soprannome nacque dalle sue stesse dichiarazioni agli investigatori. Andrade raccontò di avere ingerito il sangue di almeno una delle vittime, affermando di voler acquisire la loro bellezza e purezza. Espresse inoltre convinzioni religiose distorte secondo cui i bambini uccisi sarebbero andati in paradiso.
La vicenda giudiziaria ebbe però un esito diverso da quello di molti altri serial killer. Le perizie psichiatriche conclusero che Andrade presentava gravi disturbi mentali e la giustizia brasiliana lo dichiarò non imputabile, cioè incapace, secondo la valutazione giudiziaria, di comprendere pienamente l’illiceità dei propri comportamenti.
Gli venne quindi applicata una misura di sicurezza con internamento psichiatrico, anziché una normale pena detentiva. Negli anni successivi è rimasto ricoverato in strutture di custodia e trattamento psichiatrico.
Il caso è ricordato anche per le difficoltà investigative dell’epoca: molte vittime appartenevano a gruppi socialmente vulnerabili e l’assenza di un sistema efficace di condivisione delle informazioni contribuì, secondo successive ricostruzioni, a ritardare il collegamento tra i diversi omicidi.